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LUCA 11,21-26

Friday 07 August 2020by  This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. Hits : 58

Il Signore Gesù disse: «Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino. Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde. Quando lo spirito impuro esce dall'uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: "Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito". Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l'ultima condizione di quell'uomo diventa peggiore della prima».

Il brano appena precedente (Lc 11,14-20 che ieri non è stato letto per la sovrapposizione con la festa della Trasfigurazione) riportava le parole di alcuni che accusavano Gesù di scacciare i demoni in nome del capo dei demoni. Gesù risponde facendo notare l'assurdità dell'accusa che si completa con il brano di oggi. Ma per una comprensione più articolata trascrivo il commento di R. Virgili.

Dopo uno dei preziosi momenti d'intimità, dove si è persala percezione del tempo, Gesù torna sulla strada. Qui, infatti, scorre la preghiera che egli ha appena insegnato ai suoi discepoli: bussate e vi sarà aperto (v. 10). Gesù scaccia i demoni, provocando forti e miopi reazioni da parte della folla che, mentre gli chiede segni, poi non ha gli occhi per vederli (vv. 29-32). Diversi sono i modi di recepire Gesù: una donna ne avverte tutta la grandezza (vv. 27-28), mentre purtroppo, e ancora una volta, i farisei appaiono barricati dietro la loro incapacità di capire. Per lei la beatitudine (vv. 27-28), per loro i guai (vv. 37-54).

Alla porta di Gesù c'è un uomo schiavo di un male oscuro e profondo: un demonio che lo rende muto. Gesù affronta quel muro invisibile e lo demolisce restituendo all'uomo la parola: il ponte verso gli altri. Muto e morto alle relazioni umane, adesso parla e porta fuori se stesso, interagendo con chi gli sta intorno. Adesso non è più solo! Quale bellezza esce da Gesù, ad ogni passo che getta sulla strada... Lui non si ferma dinanzi alle ingiustizie, alle infelicità, a tutto ciò che toglie alle persone la dignità di vivere. Gesù si impiccia con la vita di chi soffre, il Figlio di Dio apre la sua porta e questo deve essere la prima ragione per credere che il Padre suo farà altrettanto con chi lo cerca. Ma veniamo alle reazioni della folla dinanzi a questo gesto straordinario.

Un gruppo chiedeva a Gesù un segno dal cielo (v. 16). Non gli bastava ciò che lui stava facendo sulla terra! Non gli bastava vedere che un uomo muto avesse recuperato la parola. Tanta e tale era la grettezza mentale di quella gente che cercava segni dal cielo per vedere cose prodigiose, grandiose, segni magari del tutto inutili alla vita umana, e non si accorgeva del vero miracolo che accadeva nel corpo di un uomo. Il vero segno è questo: che si possa uscire dal mutismo. Vale a dire, dall'ottusità mentale di Zaccaria che derivava dall'assenza di fede e non gli permetteva di accogliere la benedizione di Dio sulla sua vita. Che si possa uscire dal mutismo di una religione che non germina nel cuore le parole che cambiano l'esistenza, per sé e per il mondo. Dall'ermetismo di chi non riesce a comunicare e quindi a dare senso, significato, futuro. La Parola è l'espressione di Dio, il suo sacramento di creazione e di redenzione. Guarire l'uomo muto significa farlo rinascere e incardinarlo nella comunità. Ma, per il credente giudeo, anche aprigli davanti una prospettiva di consolazione e di salvezza. La parola è il dono di Dio nella profezia. In essa è la speranza di Israele. La sua assenza è annuncio di morte: «Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore Dio - in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore. Allora andranno errando da un mare all'altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno» (Am 8,11-12).

Gesù per ora non risponde a questo gruppo, lo farà più tardi (cf vv. 29-32).

Un altro gruppo dice: «Può scacciare i demoni perché ha lo stesso potere dei demoni, un potere maligno, che gli viene dal capo dei demoni stessi, Beelzebul» (cf v. 15). Non si avvedono della cosa straordinaria che è successa, non si lasciano invadere dalla gioia dinanzi ad un muto che ha ripreso a parlare. Si difendono con una accusa maligna, che nasce da una mentalità chiusa e negativa, repellente ad ogni bontà che possa arrivare dall'esterno. Invidiosa e amara con tutto quanto possa sconvolgere un ordine scettico e cattivo delle cose. Questo tipo di persone preferisce pensare il male, piuttosto che accogliere il bene. Preferisce rispolverare un personaggio negativo di antica memoria, legata al dio di Accaron ("Baal-zebub" in 2Re 1,2) con una etimologia dal sapore idolatrico ("signore del letamaio"; oppure il "Baal delle mosche").

A questo primo gruppo Gesù risponde con un ragionamento che, alla fine, ribalta l'accusa (vv. 17-20) e si conclude con un annuncio (vv. 21-23). Il discorso è molto semplice e parte da una tesi: ogni regno diviso in se stesso andrà in frantumi (cf v. 17). Così è del regno di Beelzebul, principe dei demoni. Ma, allora, se Gesù scacciasse davvero i demoni per il potere del loro principe, esso sarebbe diviso, giacché già "i vostri figli" scacciano i demoni nel suo nome. Gesù si dissocia sia da Satana, sia da coloro che ne condividono il potere che sono i figli di quelli che, adesso, lo accusano. I loro figli, infatti, non potendo certo sottoscrivere una collaborazione con Gesù, dichiarano, implicitamente, l'estraneità di Gesù a Beelzebul, e accusano, quindi, chi afferma il contrario, di menzogna.

Gesù non ha niente a che fare con i prìncipi del male. Gesù è il dito di Dio (daktylos v. 20) che fa entrare il regno di Dio nel mondo e nell'uomo muto. Il male non ha alcun potere su questo avvento di salvezza, di bontà, di amore. Gesù parla un'altra lingua rispetto a chi maneggia le diavolerie di ogni sorta. Per questo Gesù non è un esorcista, quanto qualcuno che agisce in un orizzonte ed in una economia assolutamente diversa e superiore a quella oscura dei demoni. Ma Satana (v. 18) avrà potere su Giuda (cf Lc 22,3). Per questo è importante non essere divisi né tra i figli di Satana, né tra i discepoli di Gesù. Il discorso che Gesù rivolge alla gente ha molto da dire anche ai discepoli: «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde» (v. 23). Gesù è preoccupato per la qualità della fede dei suoi discepoli e teme che le divisioni che potessero insorgere, in futuro, la possano danneggiare.

Ancora una parola sul comportamento da tenere con i demoni che, adesso, vengono chiamati "spiriti impuri" (akàtharton pnéuma). Il termine pnéuma è stato da poco utilizzato per parlare dello Spirito Santo (cf v. 13: pnéuma àghion). Lo "spirito impuro" deve essere, pertanto, inteso come uno spirito che non viene da Dio e che, piuttosto che essere uno spirito di comunione, è uno spirito di divisione. Cosa fare, dunque, quando lo spirito impuro è stato scacciato? A scacciarlo è stato il Signore, ma adesso, perché non vi ritorni, occorre coltivare il luogo del cuore. Esso non può stare vuoto. Altrimenti colui che lo teneva schiavo lo rioccuperà con una forza sette volte maggiore. Occorre coltivare la pienezza del cuore facendovi vivere lo Spirito Santo. Occorre far abitare il cuore dal Signore. Ridurlo ad un deserto, vuol dire esporlo a qualsiasi saccheggio.

Il papa mercoledì scorso ha ripreso l'udienza generale in piazza san Pietro. Ecco il testo che, tra l'altro riprende il vangelo che abbiamo ascoltato domenica scorsa.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! La pandemia sta continuando a causare ferite profonde, smascherando le nostre vulnerabilità. Molti sono i defunti, moltissimi i malati, in tutti i continenti. Tante persone e tante famiglie vivono un tempo di incertezza, a causa dei problemi socio-economici, che colpiscono specialmente i più poveri.

Per questo dobbiamo tenere ben fermo il nostro sguardo su Gesù (cfr Eb 12,2) e con questa fede abbracciare la speranza del Regno di Dio che Gesù stesso ci porta (cfr Mc 1,5; Mt 4,17; CCC, 2816). Un Regno di guarigione e di salvezza che è già presente in mezzo a noi (cfr Lc 10,11). Un Regno di giustizia e di pace che si manifesta con opere di carità, che a loro volta accrescono la speranza e rafforzano la fede (cfr 1 Cor 13,13). Nella tradizione cristiana, fede, speranza e carità sono molto più che sentimenti o atteggiamenti. Sono virtù infuse in noi dalla grazia dello Spirito Santo (cfr CCC, 1812-1813): doni che ci guariscono e che ci rendono guaritori, doni che ci aprono a orizzonti nuovi, anche mentre navighiamo nelle difficili acque del nostro tempo.

Un nuovo incontro col Vangelo della fede, della speranza e dell'amore ci invita ad assumere uno spirito creativo e rinnovato. In questo modo, saremo in grado di trasformare le radici delle nostre infermità fisiche, spirituali e sociali. Potremo guarire in profondità le strutture ingiuste e le pratiche distruttive che ci separano gli uni dagli altri, minacciando la famiglia umana e il nostro pianeta.

Il ministero di Gesù offre molti esempi di guarigione. Quando risana coloro che sono affetti da febbre (cfr Mc 1,29-34), da lebbra (cfr Mc 1,40-45), da paralisi (cfr Mc 2,1-12); quando ridona la vista (cfr Mc 8,22-26; Gv 9,1-7), la parola o l'udito (cfr Mc 7,31-37), in realtà guarisce non solo un male fisico, ma l'intera persona. In tal modo la riporta anche alla comunità, guarita; la libera dal suo isolamento perché l'ha guarita.

Pensiamo al bellissimo racconto della guarigione del paralitico a Cafarnao (cfr Mc 2,1-12), che abbiamo sentito all'inizio dell'udienza. Mentre Gesù sta predicando all'ingresso della casa, quattro uomini portano il loro amico paralitico da Gesù; e non potendo entrare, perché c'era tanta folla, fanno un buco nel tetto e calano la barella davanti a lui che sta predicando. «Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati» (v. 5). E poi, come segno visibile, aggiunse: «Alzati, prendi la tua barella e va' a casa tua» (v. 11).

Che meraviglioso esempio di guarigione! L'azione di Cristo è una diretta risposta alla fede di quelle persone, alla speranza che ripongono in Lui, all'amore che dimostrano di avere gli uni per gli altri. E quindi Gesù guarisce, ma non guarisce semplicemente la paralisi, guarisce tutto, perdona i peccati, rinnova la vita del paralitico e dei suoi amici. Fa nascere di nuovo, diciamo così. Una guarigione fisica e spirituale, tutto insieme, frutto di un incontro personale e sociale. Immaginiamo come questa amicizia, e la fede di tutti i presenti in quella casa, siano cresciute grazie al gesto di Gesù. L'incontro guaritore con Gesù!

E allora ci chiediamo: in che modo possiamo aiutare a guarire il nostro mondo, oggi? Come discepoli del Signore Gesù, che è medico delle anime e dei corpi, siamo chiamati a continuare «la sua opera di guarigione e di salvezza» (CCC, 1421) in senso fisico, sociale e spirituale.

La Chiesa, benché amministri la grazia risanante di Cristo mediante i Sacramenti, e benché provveda servizi sanitari negli angoli più remoti del pianeta, non è esperta nella prevenzione o nella cura della pandemia. E nemmeno dà indicazioni socio-politiche specifiche (cfr S. Paolo VI, Lett. ap. Octogesima adveniens, 14 maggio 1971, 4). Questo è compito dei dirigenti politici e sociali. Tuttavia, nel corso dei secoli, e alla luce del Vangelo, la Chiesa ha sviluppato alcuni principi sociali che sono fondamentali (cfr Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 160-208), principi che possono aiutarci ad andare avanti, per preparare il futuro di cui abbiamo bisogno. Cito i principali, tra loro strettamente connessi: il principio della dignità della persona, il principio del bene comune, il principio dell'opzione preferenziale per i poveri, il principio della destinazione universale dei beni, il principio della solidarietà, della sussidiarietà, il principio della cura per la nostra casa comune. Questi principi aiutano i dirigenti, i responsabili della società a portare avanti la crescita e anche, come in questo caso di pandemia, la guarigione del tessuto personale e sociale. Tutti questi principi esprimono, in modi diversi, le virtù della fede, della speranza e dell'amore.

Nelle prossime settimane, vi invito ad affrontare insieme le questioni pressanti che la pandemia ha messo in rilievo, soprattutto le malattie sociali. E lo faremo alla luce del Vangelo, delle virtù teologali e dei principi della dottrina sociale della Chiesa. Esploreremo insieme come la nostra tradizione sociale cattolica può aiutare la famiglia umana a guarire questo mondo che soffre di gravi malattie. È mio desiderio riflettere e lavorare tutti insieme, come seguaci di Gesù che guarisce, per costruire un mondo migliore, pieno di speranza per le future generazioni (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 183).

Location : milano
Contact : Don Aurelio
LUCA 11,21-26

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