Bernardo Docet 2017

ber

Per la festa patronale probabile lettera di Bernardo ai suoi prediletti raccolta e trascritta dal suo scrivano

Clairvaux, verso l’inizio di ottobre 2017

Carissime amiche e carissimi amici, in pochi sanno che tra le numerosissime statue abbarbicate tra le volte e sui pilastri all'interno del Duomo di Milano c'è anche la mia. È così che pure io ero presente quasi fisicamente domenica scorsa alla liturgia che ha segnato l'inizio del ministero del nuovo arcivescovo.

C'ero! E mi ha sorpreso l'insistenza dell'arcivescovo a chiamare fratelli e sorelle tutti i presenti: lo diceva ai credenti cattolici e ci sta; lo diceva ai protestanti e ai cristiani di altre confessioni e agli ebrei e va bene, ma poi insisteva: fratelli e sorelle anche ai mussulmani e ai buddisti e pure a quei politici e rappresentanti delle istituzioni che erano lì per rispetto e rappresentanza, ma non condividevano la sua fede e la sua visione del mondo.
Fratelli, sorelle: certo una confidenza coraggiosa e che viene da lontano, da molto più lontano di quella fraternité orfana che spesso non riesce a illuminare il nostro affollarci dietro le medesime speranze. Una confidenza che viene da quel mattino luminoso in cui il maestro disse a una donna "va dai miei fratelli e dì loro...". Giusto lui che poche ore prima aveva detto "non vi ho mai chiamati servi, vi ho sempre chiamati amici" lui, che ormai camminava oltre il tramonto del giorno, lui poteva chiamarli fratelli.
E ci basta per riconoscere che la fraternità è il respiro della vita più forte di ogni morte, ci basta per sapere che ogni gesto di fraternità è già il futuro eterno dell'universo.
Così insistete anche voi nel chiamare fratelli e sorelle non solo chi vi siede vicino alla cena del Signore, ma pure chi vi siederà vicino in metropolitana o sull'autobus, chi è vicino di casa e sarà vicino al supermercato e anche chi senza colpa arriverà a rendere più fragile la fiducia nel futuro. Adoperatevi nel tentativo lieto e inesausto di mostrare che tutto ciò che ci unisce è di più, molto di più di ciò che ci divide. Dunque gareggiate nello stimarvi a vicenda e siate grati di poter guardare con ammirazione anche chi è estraneo e diverso. E sarà uno sguardo di compassione, perché saprete mettervi nei suoi panni.
È una grande sfida e non sarà facile, ma non impossibile perché tutto è possibile a Dio e a chi si fida di lui, perché è "l'amore di Cristo che ci spinge" come un vento impetuoso su questa strada e verso questo orizzonte infinito.
E sarà giorno, il giorno luminoso in cui, come diceva domenica scorsa l'arcivescovo, sarà facile per tutti vedere che "la terra è piena della gloria di Dio".