Tempo di Pentecoste

Il grido dei cristiani e il nostro silenzio
"Qui tutti si chiedono solo: Fino a quando?". Così ci diceva due giorni fa al telefono il nostro amico Wisam, monaco iracheno fuggito da Qaraqosh e rifugiatosi nei pressi di Erbil. Noi, con lui ci chiediamo "Fino a dove?". Fino a quando durerà questa tragedia, fino a che punto si spingerà la barbarie umana, perpetrata in nome di un fanatismo religioso? Dopo la strage di uomini, donne e bambini yazidi, alcuni dei quali sepolti vivi, dopo l'avventurosa fuga di ventimila di loro dalle montagne dove erano braccati, diventa sempre più tragicamente evidente che tutte le minoranze religiose, non solo i cristiani, sono a rischio eliminazione totale nella piana di Ninive. Una regione che nei secoli aveva conosciuto la convivenza di etnie e religioni diverse vede ora sepolta l'umanità assieme a dei bambini inermi, dopo aver visto esplodere in una nuvola di fumo la moschea dedicata al profeta Giona, figura venerata da ebrei, cristiani e musulmani, luogo di pellegrinaggi sacri che accomunava credenti di appartenenze diverse...

Eppure lì, dove l'umanità sembra annientata, non mancano parole, silenzi e gesti che dicono che esistono ancora uomini e donne degni di tal nome: l'aiuto reciproco nel cercare vie di scampo dalla follia distruttrice e nel sopravvivere in condizioni estreme, la rinuncia a parole di odio verso chi l'odio lo sprigiona con massacri... La delegazione episcopale francese recatasi a Erbil la settimana scorsa è rimasta attonita di fronte all'emergenza umanitaria, ma ancor di più di fronte al fatto di non aver udito dai cristiani iracheni una sola parola di odio verso i musulmani: l'autentico credente sa che abomini commessi contro gli esseri umani non sono e non saranno mai gesti ammessi né tanto meno richiesti dalla religione.
Ma se i cristiani dell'Iraq si interrogano angosciati solo sulla durata della tormenta che si è abbattuta su di loro, noi cittadini e cristiani dell'occidente qualche interrogativo in più possiamo e dobbiamo porcelo. Non solo in merito all'urgente "che fare ora?", ma anche e soprattutto sul "come mai questo è stato possibile?". Non ci si può nascondere dietro la logora, vigliacca domanda che molti pongono sempre ai pacifisti in circostanze simili: come si fa a non intervenire militarmente contro crimini di questa portata?
Non importa se nulla è stato fatto prima per alimentare una cultura di pace, di dialogo e di rispetto, se si sono solleticati gli istinti peggiori, se si è confidato in un utopico equilibrio del terrore: quando la situazione sfugge di mano, la guerra sembra l'unica soluzione del problema, mentre quasi sempre ne è la causa principale, più o meno remota. Come cittadini del mondo, ai detentori di potere politico e finanziario dovremmo pur chiedere conto di chi e come fornisce soldi o armamenti – o entrambe le cose – a gruppi di fanatici religiosi i quali, anche se blanditi all'inizio, immancabilmente finiscono per diventare incontrollabili; potremmo esigere spiegazioni dai loro fini strateghi che non hanno saputo prevedere che la pretesa di scovare e disinnescare armi di distruzione di massa usando strumenti di morte avrebbe fatto sorgere istinti distruttori di massa anche là dove erano silenti... E come cittadini italiani dovremmo chiedere ai nostri governanti il perché dell'inanità del loro agire in queste settimane come nei mesi precedenti in un'area geografica cruciale non solo per gli interessi nazionali ma per gli equilibri geopolitici mondiali.
Ma l'atteggiamento impregnato dello spirito delle beatitudini evangeliche di cui stanno dan-do testimonianza moltissimi cristiani in Medioriente pone interrogativi soprattutto a noi cri-stiani: come è stato possibile che, nonostante gli sforzi incessanti compiuti già da papa Gio-vanni Paolo II e fin dall'attacco alle Torri gemelle, si sia alimentata l'identificazione tra inte-ressi dell'occidente e interessi della chiesa? Come mai all'inizio della seconda guerra in Iraq – dopo che una voce profetica e lucida come quella di don Giuseppe Dossetti aveva ammonito già nel 1990 che "anche se Saddam Hussein fosse eliminato, l'Occidente si troverà di fronte a un islamismo radicale più difficile da combattere e ideologicamente più inestirpabile" – presuli della chiesa italiana si sono discostati apertamente dagli accorati appelli del papa per la pace, e hanno preferito usare toni più consoni alla propaganda a favore dell'intervento armato? E perché ci ricordiamo delle chiese perseguitate e dei credenti di ogni religione che patiscono la mancanza di libertà religiosa solo quando gli orrori superano una soglia di non ritorno? Perché non li ascoltiamo nel loro quotidiano, faticoso confrontarsi con un mondo e una cultura che non sono quelli dell'occidente che si autodefinisce "avanzato"?
In queste ore drammatiche urgono aiuti alle popolazioni che vedono minacciata la loro stessa sopravvivenza, urgono interventi umanitari in loco e attivazione di canali di accoglienza e di sostegno nei nostri paesi, ma urge anche la riaffermazione di una cultura della pace, il rifiuto fermo di qualsiasi "sponda religiosa" che ogni fanatismo persegue: come ricordava ieri papa Francesco, quanto sta accadendo in Iraq "offende gravemente Dio e l'umanità. Non si porta l'odio in nome di Dio! Non si fa la guerra in nome di Dio!". Sì, dobbiamo ritrovare la consapevolezza che quando si calpesta la dignità umana si offende Dio, quando si invoca Dio per fare la guerra lo si bestemmia
(Enzo Bianchi – La Repubblica – 12 agosto 2014 )