Volti e nomi davanti al Signore

La preghiera di Gesù era piena di persone: Padre ti prego per questi e per quanti per la loro parola crederanno (Gv 17,20). Anche le lettere di Paolo traboccano di volti di gente incontrata per cento città: «Sempre quando prego per tutti voi, faccio con gioia... perché vi porto nel cuore» (Fil 1,4.7). Tutto ciò che abita il cuore dell'uomo entra di diritto nella preghiera, altrimenti il dialogo con Dio sarebbe senza pathos, senza il caldo della speranza e il duro del deserto.
Non solo: «C'è una forma di preghiera che ci stimola particolarmente a spenderci per Vangelo e ci motiva a cercare il bene degli altri: è l'intercessione» (EG 281), che convoca volti e nomi davanti al Signore, e noi davanti alla loro carne. «Intercedere» vuoi dire letteralmente mettersi in mezzo, interporsi tra due persone, tra Dio e le creature, per riannodare i fili strappati delle relazioni, diventare vene che fanno circolare l'amore sulla terra.

Mi ha commosso la scoperta di un eremo nell'Umbria francescana, dove le sorelle (che la fondatrice chiamava con infinita dolcezza le «Allodole») intercedono per le persone che si affidano a loro, secondo una modalità particolare: pronunciano solo il loro nome, nient'altro che il nome delle persone che ciascuna vuole riannodare al Signore. Accade così che la notte di Natale, in una liturgia di intercessione speciale, si accende sul monte una costellazione di nomi amati che dura ore, e un intero mondo di dolori, di attese e di sorrisi sale fino all'eremo, e la notte si illumina per questo atto d'amore a creature e di fede nel Creatore, intrecciandoli insieme. Una modalità di preghiera facile, leggera, senza sforzo, che sgorga dal cuore e dalla storia, e che forse potremmo tutti con semplicità ripetere e introdurre nelle nostre case e comunità. «La contemplazione che lascia fuori gli altri è un inganno» (EG 281). Io non lascio fuori le persone che sono pane della mia vita e vino della mia festa. Vita vera non c'è senza affetti: «Superiore all'affetto non c'è nulla. Val più una goccia di affetto che un mare di spiritualità. Tutti abbiamo debiti d'amore e quelli dovranno passare sempre innanzi ai così detti interessi spirituali. Di un segno di affetto ha estremo bisogno l'animo umano. Si pensa a dare il pane. Sì. Ma chi domanda pane può non averne bisogno estremo; di questo pane ha invece bisogno ogni cuore stanco... E ogni cuore è stanco» (Sorella Maria dell'eremo di Campello). L'intercessione è uno dei modi con cui l'eremo evangelizza e le sorelle diventano buona notizia: la loro preghiera scorre tra terra e cielo, stringe il mondo con fili di comunione, lo fa poggiare sulla pietra angolare della fiducia tra le creature e con la Fonte amorosa del creato e del cuore.
In questa ricchissima lettera Evangelii Gaudium papa Francesco sottolinea inoltre (281-283) la forza missionaria del ringraziamento: «Rendo grazie al mio Dio ogni volta che mi ricordo di voi» (Fil 1,3). Imparare a intercedere e a ringraziare per le persone, che sono la cosa più bella del mondo. Non c'è migliore memoria dell'assoluto quaggiù al di fuori delle relazioni umane. Imparare la gratitudine di chi sa vedervi Dio all'opera, in alto silenzio e con piccole cose. Quando riemergi da questa preghiera, il tuo cuore è diventato più generoso e lo sguardo puro; non è più in-credulo, negativo, senza speranza (EG 282), non disilluso o disamorato verso gli altri, ma sa incantarsi davanti alle creature e alla loro bellezza, davanti all'opera di Dio in loro. Allora la preghiera, «che si addentra come lievito nel seno del Padre» (EG 283), diventa un progetto che fa storia, è creativa e rifà il mondo come tutte le opere più alte dell'uomo, come l'amore e la poesia: «Poesia - e preghiera -/ è rifare il mondo/ dopo il discorso devastatore/ del mercadante» (David Maria Turoldo).

di padre ERMES RONCHI - MESSAGGERO DI SANT'ANTONIO