da uno scritto di Timothy Radcliffe

da uno scritto di Timothy Radcliffe
«Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del Tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito"» (Lc 23,44-46).

La prima e l'ultima delle sette parole di Gesù sulla croce sono rivolte al Padre. Lo è anche la quarta — la parola centrale, il punto di svolta —, ma nell'apparente assenza di Dio. Nelle altre quattro Gesù si è rivolto a noi con crescente intimità: da re, da fratello, da mendicante. Ora, in questa settima, restituisce tutto al Padre. Affida di nuovo tutti noi, con i nostri timori e speranze, nelle mani di Dio. È il suo supremo atto di fiducioso abbandono.

Viviamo in un'epoca di profonda ansietà. Siamo in ansia per infermità e indisposizioni, abbiamo paura per il futuro, per i figli, per il lavoro, temiamo l'insuccesso, la morte. Soffriamo di una profonda insicurezza, di un crollo di fiducia. Ciò è strano perché siamo molto più protetti e sicuri di qualunque generazione precedente nella storia dell'umanità, almeno in Occidente. Abbiamo migliori cure mediche, trasporti più sicuri, siamo più protetti contro il clima, abbiamo migliore sicurezza sociale. E tuttavia abbiamo più paura.
Ho trascorso nove anni come Maestro dell'Ordine domenicano viaggiando in giro per il mondo in molti luoghi pericolosi. Ho visto guerre civili e genocidi in Africa, migliaia di persone affette dalla lebbra, i segni di una violenza senza fine. Ma quando tornavo in Occidente, trovavo persone che sembrava avessero più paura che in qualunque altro luogo. L'attacco aereo dell'11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York ha approfondito quel senso d'inquietudine. Ero a Berkeley, in California, quando furono inviate in quella città poche buste di antrace e il panico era tangibile. Ma non abbiamo alcun bisogno di temere. Gesù ci ha affidati alle mani del Padre.
Sospetto che questa ansietà dilagante derivi dal fatto che abbiamo una cultura del controllo. Possiamo controllare tante cose: la fertilità delle donne e la nascita dei figli, tante malattie possono essere curate; possiamo controllare le forze della natura; perforiamo le montagne ed erigiamo dighe sui fiumi. E noi occidentali controlliamo la maggior parte dell'umanità. Ma il controllo non è mai completo. Siamo sempre più consapevoli che il nostro pianeta vada di carriera verso il disastro. Viviamo in quello che il sociologo Anthony Giddens, direttore della London School of Economics, ha definito «un mondo fuori controllo».
Temiamo soprattutto la morte, che smaschera la nostra fondamentale mancanza di controllo. In A Single Man — del romanziere e drammaturgo inglese Christopher Isherwood (1904-1986) — un uomo di mezz'età si guarda allo specchio:
«Fissando e fissando lo specchio, vede molte facce all'interno del suo volto — quelle del bambino, del ragazzo, del giovane, del non così giovane — tutte ancora presenti, conservate come fossili in strati sovrapposti e, come fossili, morte. Il loro messaggio a questa viva morente creatura è: Guardaci — siamo morte — che cosa c'è di cui aver paura? Risponde loro: Ma questo è accaduto così gradualmente, così facilmente. Io temo di essere trascinato via d'urgenza».
Un mio amico aveva un cartello nella sua stanza su cui era scritto: «Non ti preoccupare. Può darsi che non accada». Ne composi un altro per lui, su cui si leggeva: «Non ti preoccupare. Probabilmente accadrà. Ma non sarà la fine del mondo». Non lo sarà perché il mondo è già finito.
Quando Gesù muore, il sole e la luna sono oscurati, le tombe vengono aperte, e i morti camminano. Questa è la fine di cui parlavano i profeti. Il peggio che si possa mai immaginare è già accaduto. Il mondo crollò. E poi vi fu la Domenica di Pasqua.
Fermatevi un momento a riflettere su ciò che temete di più. Per me può essere la vergogna di un'umiliazione pubblica? O la solitudine? O una morte dolorosa? O la morte precoce di una persona amata? Possiamo prendere ogni possibile precauzione per evitare queste sciagure. Possiamo sottoscrivere tutte le polizze di assicurazione del mondo, condurre una vita sana, andare in palestra, non viaggiare mai in aereo, sottoporci a periodici esami medici generali e smettere di fumare. Ma ciò che più temiamo può ancora accadere. Gesù ci invita a non temere. Tutto ciò di cui abbiamo paura accadde a lui il Venerdì Santo, il giorno in cui finì il vecchio mondo e uno nuovo ebbe inizio.
«Allora Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro» (Gn 2,2). I rabbini erano sconcertati dal fatto che Dio avesse terminato di lavorare nel settimo giorno, ma non è detto che cosa fece quel giorno. E conclusero che si riposò. «Che cosa fu creato il settimo giorno? Tranquillità, serenità, pace e riposo». Il riposo fu il fine e il completamento della creazione.
Così ora Gesù ha pronunciato le sue sette parole, che conducono alla nuova creazione della Domenica di Pasqua. E poi riposa. Dio ci ha creati in modo tale che potessimo condividere quel riposo e Lui potesse riposare in noi. Siamo fatti per riposare in Dio e in modo che Dio possa riposare in noi. Quel riposo non è l'assenza di attività, è un ritorno a casa. «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).
Sant'Ambrogio (339-397), il grande vescovo di Milano, riteneva il riposo di Gesù sulla croce un completamento del riposo di Dio nel settimo giorno della Creazione. Egli riposa ora presso di noi dopo le fatiche della sua Passione. Nel suo commento dei Sei Giorni della Creazione, sant'Ambrogio scrisse:
«Il sesto giorno è ora completato; il complesso dell'opera creativa del mondo è stato concluso. L'umanità è stata creata, l'umanità che regna su ogni cosa vivente, l'umanità che è il riepilogo dell'intero universo, l'umanità che è la delizia di ogni creatura nel mondo. Certamente è ora adesso di dare il nostro contributo di silenzio, poiché ora Dio riposa dall'opera di creare il mondo. Ha trovato riposo nei recessi profondi dell'umanità, nella mente e volontà e risolutezza dell'umanità, poiché egli fece l'umanità dotata di ragione, per imitare lui stesso, per perseguire la virtù, per bramare la grazia del paradiso. Dio trova conforto qui, come lui stesso attesta quando dice: "In chi troverò riposo se non in colui che è umile e pacifico e che è pieno di timore della mia parola?".
Rendo grazie al Signore nostro Dio che ha compiuto un'opera di tal genere da poter trovare riposo presso di essa. Ha fatto i cieli, ma non leggo che poi si riposò. Fece la terra, ma non leggo che poi si riposò. Fece il sole e la luna e le stelle, ma non leggo che trovò riposo presso di loro. Ciò che leggo è questo: fece l'umanità, e allora trovò riposo presso qualcuno i cui peccati avrebbe potuto perdonare.
Così Dio ci ha dato un'immagine simbolica della Passione del Signore che era ancora di là da venire. Ci ha rivelato come Cristo un giorno avrebbe trovato il suo riposo presso l'umanità. Ha anticipato per se stesso quel sonno della morte corporale che un giorno avrebbe preso per redimere l'umanità. Ascoltate di nuovo ciò che dice: "Io dormo e prendo il mio riposo e mi levo di nuovo, poiché è il Signore che mi protegge". Lui, il Creatore, riposò. A Lui sia onore e lode e gloria perenne, gloria dall'inizio del tempo, gloria ora, gloria sempre, gloria per sempre. Amen».