Ricordati di santificare le feste

Si trascrive la terza parte della relazione tenuta da Lisa Cremaschi, monaca di Bose, all'ultimo incontro dei quaresimali (7 aprile 2017) sul comandamento RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE per il legame tra la Pasqua e la domenica

3. NASCITA E SIGNIFICATO DELLA DOMENICA
All'inizio i primi credenti in Gesù tutti ebrei, continuavano a frequentare le sinagoghe e il tempio. Poco per volta si delinea una rottura, quando gli ebrei scomunicano e poi cominciano a perseguitare quegli ebrei dissidenti che osavano dire che il messia era già venuto e che era quel Gesù di Nazaret condannato alla morte in croce.

Poco per volta emerge l'importanza di quel "primo giorno dopo il sabato", un'espressione che troviamo in tutti i racconti di resurrezione. "Passato il sabato, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù. Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole" (Me 16,1-2; Mt 28,1; Le 24,1). Nel vangelo di Giovanni Gesù appare ai discepoli il primo giorno dopo il sabato (Gv 20,19) e poi appare di nuovo "otto giorni dopo" a Tommaso. Quel giorno, che verrà chiamato domenica, cioè giorno del Signore, è centrale nella vita dei cristiani perché è memoria della resurrezione del Signore. Verrà chiamato da un padre della chiesa del V secolo "signore dei giorni", giorno più importante di tutti. Come vivere la domenica?

È giorno della Parola e dell'eucarestia
Permettetemi innanzitutto di ricordare le parole pronunciate da papa Giovanni il 23 novembre 1958 nel discorso di ingresso nella Basilica lateranense. "Al punto in cui la santa liturgia ci ha condotti, tutto ormai ci raccoglie sull'altare santo e benedetto, dove l'occhio riguarda due oggetti particolarmente preziosi e venerandi: un libro e un calice. Sull'altare vi è il libro aperto; accanto al libro, ecco il calice". Libro e calice su uno stesso altare, Parola di Dio ed Eucarestia su di un'unica mensa. Papa Giovanni riprendeva con questa espressione una tradizione antichissima, la grande tradizione dei Padri della chiesa caduta in oblio purtroppo per molti secoli. Negli anni del postconcilio l'attenzione dei credenti è stata rivolta alla Parola di Dio; la si è riscoperta, si è ripreso a leggerla, a meditarla. È giunto il momento di volgere altrettanta attenzione all'Eucarestia per riscoprirne il magistero e reimparare a leggerne il segno profetico.
La chiesa antica ha molto insistito sull'unità di Parola ed Eucarestia. Ireneo di Lione, questo grande padre della chiesa del II secolo afferma che l'uomo, creato dalle Mani di Dio - il Verbo e lo Spirito - dopo essere sfuggito a queste due Mani, le ritrova ogni volta che ascolta la Parola di Dio, Mani che lo plasmano, che lo rifiniscono portando a termine l'opera iniziata con la creazione. Dio è l'artista che, con le sue due Mani, ha modellato l'uomo e lo ha creato a sua immagine e somiglianza. Questo era il progetto, il disegno di Dio su Adamo, sull'uomo,
su ciascuno di noi. Ma Adamo è sfuggito a queste Mani che volevano plasmarlo, si è sottratto ad esse prima che l'opera dell'artista fosse portata a compimento. Questo è il peccato di Adamo: sfuggire alle Mani di Dio. Questo è il peccato originale, il peccato che è all'origine di ogni nostro peccato, di ogni nostra caduta: sottrarci, sfuggire alle Mani di Dio, dimenticare di essere creature, figli, per fuggire e inseguire nostre vie e nostri progetti, nell'illusione di essere padroni e signori della nostra vita. Ma Dio, nel suo amore per l'uomo, non rinuncia a questa volontà di somiglianza, non abbandona la sua creatura. Le Mani di Dio continuano a cercare Adamo, l'uomo, lungo tutta la storia della salvezza; le Mani di Dio continuano a cercarci lungo le nostre vie, i nostri sentieri. Che cos'è la conversione, il mutamento del cuore, il ritorno, se non il compiere il cammino inverso a quello di Adamo: ritornare sotto le mani del Signore e Creatore perché porti a compimento quell'opera che ha iniziato in noi (cf. Fil 1,6) fino a riconoscere in ciascuno il Figlio suo? Ma dove troviamo noi ora le Mani di Dio? Nella Scrittura letta alla luce dello Spirito. Leggere, meditare, ascoltare e pregare la Parola, significa ritornare sotto le mani di Dio, per lasciarci plasmare da esse.
"Tu che sei creatura di Dio aspetta la mano del tuo Creatore che fa ogni cosa a tempo opportuno. Presentagli il tuo cuore docile e malleabile ... conserva la forma che ti ha dato l'Artista, conserva l'acqua che viene da lui per non rifiutare, indurendoti, l'impronta delle sue dita" (Contro le eresie 39,3). L'uomo, ogni essere umano, è plasmato dalle parole che sente attorno a sé; il suo modo di pensare, di rapportarsi con se stesso, con gli altri, con le cose, è sempre in qualche misura generato, condizionato dalle parole che ha udito e ode attorno a sé. Il cristiano è uno che lascia plasmare, modellare il suo modo di pensare, la sua vita dalla Parola di Dio.
Ma, accanto alla Parola, Ireneo pone l'Eucarestia, il magistero silenzioso dell'Eucarestia, non più una parola, ma un gesto, un atto, un pane spezzato, un calice distribuito. Scrive: "II nostro modo di pensare si accordi all'eucarestia e l'Eucarestia confermi la nostra fede" (Contro le eresie 18,5). Dunque siamo plasmati dalla Parola e dall'Eucarestia. In essa il cristiano impara quello che Ireneo chiamava "il servizio della libertà", che è il segno distintivo del cristiano. L'Eucarestia è la celebrazione del servizio della libertà, di colui che liberamente si è fatto servo, schiavo per amore, che ha donato la vita per amore. E la vita di chi partecipa all'eucarestia deve ricevere forma da essa, deve mostrare che il modo di vivere del cristiano è quello dell'eucarestia. Qui più che mai vale l'assioma lex orandi, lex credendi: la regola della preghiera è anche la regola della fede e vorrei aggiungere lex agendi.

B. L'EUCARESTIA COME RENDIMENTO DI GRAZIE.
Come il sabato era memoria della creazione, così lo è per noi la celebrazione domenicale dell'eucarestia. E l'uomo, l'Adamo, a cui Dio ha dato, ha consegnato questo mondo benedetto e santificato, è chiamato in risposta a questo dono a benedire Dio, a ringraziarlo, a vedere il mondo, a vedere l'altro, amico o nemico, come lo vede Dio. Adamo dovrebbe essere custode della creazione, vegliare su di essa, offrirla a Dio. Il mondo fu creato come materiale di un'eucarestia che tutto abbraccia e l'uomo fu creato fu creato come sacerdote di questo sacramento cosmico. Ricevuta la creazione come dono, l'uomo è chiamato a ripresentarla a Dio rendendogli grazie. La Bibbia ci narra il primo peccato, la prima caduta dell'uomo come rifiuto del dono, il rifiuto di vivere in modo eucaristico. Adamo ed Eva tendono la mano per prendere, per carpire il cibo, per farne bottino, e si pongono fuori dall'economia del dono per entrare in una logica di rivendicazione e di pretesa. Adamo non sa ricevere, accogliere la vita come dono, vuole rapirla, impossessarsene, appropriarsene. È la negazione di un rapporto eucaristico con il mondo. Il mondo non è più la creazione, il giardino di Dio, ma è oggetto di sfruttamento, di abuso, secondo la bella parafrasi di Basilio (Regole diffuse 20,3; Regole brevi 70) al testo di 1Cor 7,31: quelli che usano del mondo senza abusarne (e non: come se non ne usassero), cioè quelli che fanno un uso cattivo, irrispettoso, egoistico dei beni della creazione. Quando l'uomo rifiuta di vedere il mondo come benedizione di Dio, come evento di relazione e di comunione con lui, utilizza i beni della terra esclusivamente per la propria individuale sopravvivenza, e il mondo diventa luogo di lotta, di continui conflitti per il possesso dei beni, luogo di antagonismi e di guerre.
"Ogni creatura di Dio è cosa buona se presa con rendimento di grazie" (1Tm 4,4). Vi è una relazione tra il pane eucaristico e il pane quotidiano, cibo sulla nostra tavola. Il pane della creazione è diventato ricchezza ingiusta che lascia sprovvisti alcuni. Grazie al pane eucaristico, pane offerto, spezzato, condiviso, l'uomo, il cristiano impara a far ridiventare pane nostro anche il pane della creazione.
Se nell'eucarestia converge la creazione intera e di essa si fa ringraziamento, se la si riconosce dono del Padre, allora l'eucarestia diventa giudizio di ogni nostro abuso e sfruttamento del mondo, giudizio e condanna di ogni nostro accaparramento dei beni della terra. "Nel Padre nostro - scrive Cipriano - noi diciamo: dacci oggi il nostro pane quotidiano e non "il mio'. Dunque, ognuno, per mezzo della legge della preghiera, conosca come deve vivere" (Sulla preghiera del Signore 5,20).
Il rendimento di grazie è un preludio alla condivisione. Paolo in Rm 1,21 sembra definire i pagani, i non-credenti come quelli che non sanno ringraziare. E l'atteggia-mento di chi considera la vita un diritto, un possesso, i doni del Padre come qualcosa da strappargli con forza. Rendere grazie è riconoscersi creature, che tutto ricevono dalle mani del Creatore, tutto considerano come dono e condividono con gli altri, riconosciuti come fratelli.

C. EUCARESTIA E DONO DELLA VITA.
Potremmo dire che vi è un itinerario che conduce dal partecipare, o dal celebrare, l'eucarestia al divenire eucarestia. L'imitazione di Cristo avviene sia nei riti, sia nella vita, ma in entrambi i casi l'imitazione di Cristo avviene nella fede e nell'amore. Ma l'offrire i nostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio (cf. Rm 12,1) è chiesto ad ogni discepolo del Signore, ad ogni cristiano, dono della vita nel quotidiano, nella sottomissione e nel servizio ai fratelli, nell'amore disinteressato per tutti, per chi ci ama e per chi ci è ostile. Diceva Leone Magno: "La nostra partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a farci diventare quello che mangiamo" (Discorsi 12 sulla Passione 3,7), e Agostino afferma: "Siete divenuti il pane del Signore" (Discorsi 229); "Anche noi siamo diventati il suo corpo, e per sua misericordia siamo ciò che riceviamo" (Ibid.); e ancora in modo più chiaro: "II vostro mistero è posto sull'altare del Signore: ricevete il vostro mistero. A ciò che siete rispondete: Amen" (Ibid.).

D. L'EUCARESTIA COME FARMACO: DALL'EGOISMO ALLA CARITÀ.
I Padri hanno spesso sottolineato l'aspetto medicinale dell'eucarestia. Al cibo della Genesi che portava a una frattura della relazione con Dio e tra l'uomo e la donna che iniziano a scaricarsi vicendevolmente le colpe l'uno sull'altro, corrisponde quell'altro cibo, il pane eucaristico, pane donato, offerto, "farmaco di immortalità", come lo chiama Ignazio (Agli efesini 20,2), che viene a guarirci e a risanare la ferita tra noi e Dio, tra noi e gli altri. Scrive Ignazio: "Siate solleciti nel riunirvi più spesso per l'eucarestia e nel dare gloria a Dio. Quando vi riunite più spesso, le forze di Satana vengono abbattute e il suo flagello si dissolve nella concordia della fede. Niente è più bello della pace, nella quale viene annientato ogni assalto delle potenze celesti e terrestri" (Ib. 13,1). Quando la comunità cristiana si raduna per l'eucarestia, nella concordia della fede, allora vengono sconfitte quelle potenze dell'aria di cui parla Paolo (cf. Ef 2,2; 6,1).
In questa lotta contro tutto ciò che tenta di separarci dagli altri per farci pensare soltanto a noi stessi, ci è data l'eucarestia, "farmaco di immortalità, rimedio per non morire ma per vivere sempre in Gesù Cristo" (Agli efesini 20,2). Crediamo che la vita ha vinto la morte e sostentati dall'eucarestia possiamo porre dei segni di vita attorno a noi.
Ripetutamente nel corso dei secoli si leveranno voci evangeliche a ricordare che il sacramento eucaristico non va separato dal sacramento del fratello. Nel V secolo, Giovanni Crisostomo così ammonisce i suoi fedeli: "Se venite per l'eucarestia, non fate alcun atto che contraddica l'eucarestia, non fate soffrire il fratello, non disprezzate il povero ... Avete reso grazie per i doni ricevuti, rendete il contraccambio, non separatevi dal vostro prossimo. Cristo ha offerto se stesso a tutti quando ha detto: Ricevete e mangiate (Mt 26,26). Ha dato il suo corpo e voi non sapete distribuire con giustizia il pane di ogni giorno. Voi fate memoria del Cristo e dimenticate il povero ... Vi scongiuro perché l'eucarestia non si volga a vostra condanna, diamo al Cristo cibo, bevanda, vestito; ecco ciò che ci renderà degni di questa tavola. Chiamate il Cristo a condividere il vostro pasto, dategli del vostro, o meglio restituitegli ciò che gli spetta" (Omelia 27 su 1^Cor 11,17).
Non ha senso partecipare all'eucarestia e non vivere in modo eucaristico.

E. EUCARESTIA E MEMORIA
Fate questo in memoria di me (Lc 22,19). Penso spesso a un detto di un padre del deserto egiziano: "L'oblio è radice di ogni peccato" (Detti: Poemen 43). Noi dimentichiamo in fretta, rimuoviamo il male che abbiamo fatto e ogni amnesia è in un certo senso un'amnistia. Ci autoperdoniamo ed apriamo la porta al ripetersi dei mali del passato. L'oblio, il non voler ricordare è un male per la vita spirituale. Ad esso la Scrittura contrappone la memoria, memoria dei mirabilia Dei e memoria delle nostre fragilità e delle nostre cadute. L'una e l'altra insieme; ricordare la nostra realtà di peccatori senza ricordare contemporaneamente la misericordia del Signore ci conduce alla disperazione, e d'altro lato, ricordare la misericordia del Signore senza ricordare chi siamo noi, si traduce in una giustificazione senza conversione.
Da dove nasce l'egoismo, l'amore per noi stessi, l'ostilità e l'inimicizia nei confronti dei fratelli, se non dimenticare il nostro peccato e la misericordia di cui siamo stati ricolmati? Basta pensare al servo spietato della parabola di Mt 18,21-35, quel servo che aveva un debito enorme e, chiamato dal padrone a restituire ciò che gli era stato dato, diventa tutto umile, fa una promessa che in realtà sa di non poter mantenere: "Tu devi essere paziente con me, mi darai respiro e ti restituirò tutto" (18,26). Il re si commuovevo lascia andare, gli condona il debito. E quel servo, non appena è uscito, ricomincia a fare quello che ha sempre fatto, riprende a vivere secondo la logica di sempre. Esige ciò che gli spetta. Incontra un altro servo come lui che gli deve soltanto 100 denari ed esige il risarcimento del debito. Anche se il suo compagno lo prega e lo supplica: "Abbi pazienza con me, ti rifonderò il debito", lo supplica cioè con le stesse parole con cui lui aveva scongiurato il re, tuttavia non ha misericordia, non ha compassione. Il debito era reale, non pretende niente di più di quanto gli è dovuto; vuole giustizia, ma questa giustizia è profondamente ingiusta. Ha già dimenticato tutto, ha dimenticato la sua verità di creatura che vive solo per dono, per misericordia, per un amore immeritato. Ha dimenticato la misericordia ricevuta e non sa fare misericordia.
"Fate questo in memoria di me". A noi che sempre dimentichiamo la nostra verità di peccatori, di debitori insolventi, graziati dalla misericordia del Padre, è chiesto di ripetere quel gesto fatto da Gesù nell'ultima cena in memoria di lui. L'eucarestia ci porta al cuore della vita cristiana, dono e impegno di quel ricordo da cui derivano energie di amore e di obbedienza al Signore. Ma questa memoria deve diventare visibile nella nostra vita. Dobbiamo diventare memoria vivente di ciò che ha fatto il Signore.
Ecco che cosa significa celebrare l'eucarestia in modo non indegno, accostarsi all'eucarestia disposti non solo a celebrare la memoria, ma a diventare noi stessi memoria vivente di colui che è morto e risorto per noi. L'eucarestia inizia con una chiamata, termina con una missione, un invio in mezzo agli uomini per ripetere quello che Gesù ha fatto. Il Signore ha dato la vita perché noi viviamo e ci chiede di fare lo stesso, di morire a noi stessi, al nostro egoismo per dare la vita agli altri.
Il vangelo di Giovanni non racconta l'istituzione dell'eucarestia. Secondo gli esegeti conosceva il racconto dell'eucarestia e la celebrava nelle sue comunità e con le sue comunità; forse, intravvedendo il pericolo di un "sacramentalismo" staccato dalla fede e disgiunto da una prassi d'amore, racconta la lavanda dei piedi (Gv 13) per far comprendere ai suoi il significato profondo dell'eucarestia.

F. DIMENSIONE ESCATOLOGICA DELL 'EUCARESTIA.
Paolo in 1Cor 11,26 esorta: Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la morte del Signore finché egli venga. Mi vorrei fermare su questo finché egli venga. L'eucarestia ci rinvia al ritorno del Signore. Non siamo su questa terra per sempre. La nostra vita è segnata dal limite, dalla finitezza, dalla morte; e la morte non è un evento finale, ma la realtà quotidiana con cui dobbiamo confrontarci. Anche la nostra carità, il nostro amore per gli altri è segnato dal limite. Noi non "salviamo" nessuno, non siamo salvatori, non risolviamo il problema della fame nel mondo e pure nel piccolo sperimentiamo che spesso l'aiuto che porgiamo all'altro è fallimentare, o per lo meno limitato, inadeguato. Noi non costruiamo il regno di Dio su questa terra e nemmeno ci è chiesto.
Vogliamo semplicemente essere con la nostra vita una parabola dell'amore di Dio, vogliamo testimoniare che anche al cuore della sofferenza, della povertà, delle infinite forme di miseria che gli uomini vivono su questa terra, anche nella morte è possibile sperare. Portiamo agli uomini le energie di vita che ci sono donate nel pane e nel calice. Ma la chiesa, oggi, vive ancora questa dimensione di attesa o si perde esclusivamente nel presente? Nel III secolo, un grande vescovo Cipriano, subito dopo la persecuzione dell'imperatore Decio, la più terribile nella storia della chiesa antica, indirizzò ai suoi fedeli una lettera pastorale nella quale diceva che all'interno della comunità, una volta tornata la pace, si aggirava un nemico ben più pericoloso dell'imperatore Decio; ben più pericoloso perché non era un nemico esterno, dichiarato, ma si mascherava e si aggirava all'interno della comunità come un serpente.
Questo nemico, per Cipriano, è il venir meno nella chiesa della tensione escatologica; cessata la persecuzione non si prega più "maranathà", "Signore, vieni!", ma ci si installa in questo mondo. Ora, se la chiesa non attende più il Signore, non vive da straniera e pellegrina in questo mondo, diventa - dice Cipriano - come uno dei tanti collegia religiosa pagani, le associazioni di pagani benestanti che si richiamavano a un medesimo dio protettore e consideravano un vanto e una fonte di gloria per se stessi provvedere al mantenimento di un certo numero di poveri. La chiesa non è semplicemente un'associazione benefica; ve ne sono tante lai che, nel mondo. L'amore che testimonia discende dall'alto, viene da Dio e trova compimento in Dio.
Secondo il NT c'è una condizione essenziale e irrinunciabile perché la chiesa sia veramente chiesa di Dio, e cioè che viva di amore e nell'amore, che si riconosca nata dall'amore e sia strutturata nell'amore prima ancora di organizzare la carità ad extra. Nelle nostre celebrazioni eucaristiche si respira l'amore fraterno, il perdono reciproco? E se l'eucarestia è segno in atto del banchetto escatologico del regno di Dio, le nostre liturgie esprimono questo? Sono un'anticipazione della festa del regno? un trionfo della vita, della bellezza del regno?

G. LA FATICA DEL RIPOSO
II comandamento "Ricordati di santificare le feste" sta in mezzo alle due tavole del Decalogo. La prima tavola tratta del rapporto con Dio, la seconda del rapporto con gli altri. In mezzo "Santificare le feste": qualcuno "dice che questo comandamento tratta del rapporto con se stessi! È il momento per riscoprire chi sono io, per vivere con maggior densità le relazioni con quelli che amo ...
Ma è una fatica stare con se stessi. A riposare si impara, e anche a far festa, perché far festa non va da sé. Forse la gente più povera è quella che meglio capisce il senso della festa. Non basta lavorare, l'uomo non vive di solo pane (dei suoi bisogni) ma di quella parola che dà senso al pane. La festa è ciò che dà senso alle nostre vite, perché far festa è ricordare che siamo amati, qualunque sia la situazione che stiamo vivendo, e che dunque possiamo amare. (fine)