Le radici e il paradigma della fraternità universale

Sappiamo bene che nelle prime della Bibbia, cioè nel libro della Genesi, non è narrato l'inizio cronologico della nostra storia, non ci sono gli inizi dell'umanità, ma in verità in quelle pagine si danno delle risposte a quelle domande che stanno nel cuore degli uomini di ogni tempo, di ogni latitudine, di ogni cultura. In quelle pagine in realtà noi abbiamo le risposte, risposte che vogliono essere indicazione, parole di Dio, su ciò che ci brucia nel cuore: chi è l'uomo? Chi siamo noi? Da dove veniamo? Dove andiamo? Chi sono gli altri per ciascuno di noi? Che cosa sono gli uomini nella storia?

Ecco perché in queste pagine c'è innanzitutto una domanda che viene fatta da Dio al terrestre: "Adam, uomo dove sei?" ovvero uomo/donna dove sei? Dove ti collochi rispetto a me, il Signore? È la prima domanda in cui l'uomo verifica che è voluto da Dio, amato da Dio, creato da Dio; si trova però in una situazione di smarrito. Alla domanda "dove sei uomo?", Adam non sa rispondere, perché vive nelle regioni della lontananza. Ma la seconda domanda, sempre posta da Dio nel libro della Genesi, quando ormai l'umanità è un piccolo gruppo, quando ormai l'umanità è segnata da una pluralità che trascende la coppia uomo donna, l'altra domanda è: dov'è tuo fratello? È la seconda grande domanda di Dio fatta alla nostra umanità sempre, fatta a ciascuno di noi oggi:"dov'è tuo fratello?" . Cioè, Dio ci chiede: in che rapporto tu vivi con gli altri, con l'altro?

Ecco dove inizia la riflessione sulla fraternità, dove viene posta la domanda per eccellenza sui rapporti tra gli uomini: dov'è tuo fratello? È vicino o è lontano da te? E se è tuo fratello, tu decidi d irenderlo vicino o di tenerlo lontano? Decidi di ignorarlo o diventi suo custode assumendo la responsabilità dell'altro? Mossi da queste domande cerchiamo di comprendere maggiormente lafraternità come legame, come vincolo tra tutti gli uomini. La Bibbia ciinsegna che non si parte dalla fraternità cristiana per arrivare alla fraternità degli uomini, ma che la fraternità cristiana è semplicemente un modo di declinare e vivere quella fraternità che ha fondamento tra tutti gli uomini.

Nella volontà di Dio, nel Suo progetto creazionale, voi sapete che l'uomo è chiamato Adam, ma non fate di Adam una specie di nome, Adam significa "terrestre" perché la Terra si dice "Adamà", non è un nome proprio Adam, Adam sta per terrestre, ebbene nella volontà creazionale il terrestre tratto dalla Terra è fatto a immagine e somiglianza di Dio in modo da portare in sé il sigillo di Dio, il modello diDio. E questa immagine e somiglianza di Dio è una realtà unica per l'uomo, tra tutte le creature del cosmo. Nel giorno in cui Dio creò l'uomo, recita il testo della Genesi: "lo fece a somiglianza di Dio ,maschio e femmina lo creò". Ecco l'uomo, la cui creazione Dio ha visto molto buona, ma non è la creazione di una creatura isolata, anche gli animali sono stati tratti dalla terra e tutte le altre creature vengono dalla terra. L'uomo è solo il terrestre fatto a immagine esomiglianza di Dio, per questo subito dopo si dice che quando Adam, il terrestre (non fate caso a questi numeri che sono numeri mitici), ebbe centotrenta anni - non è questo che ci interessa - "ebbe un figlio a sua immagine, secondo la sua somiglianza" (Gen 5,1-3). Perché questa straordinaria precisazione? Dio creò il primo terrestre il maschio e la femmina a sua immagine e somiglianza, ma una volta che Dio creò l'uomo, tutti quelli che sono generati dagli uomini sono figli a immagine e somiglianza dei genitori.

Questa è l'umanità, una catena ininterrotta di generazione, in cui gli umani tutti, sono uno immagine e somiglianza dell'altro e l'uno e l'altro sono immagine e somiglianza di Dio, il loro creatore. In questa umanità, i rapporti sono innanzitutto quelli tra maschio e femmina, dal cui incontro fecondo nascono i figli, che sono dunque tra loro fratelli, sorelle. Se quello della coppia è il primo rapporto, la prima comunicazione, il rapporto tra fratelli e sorelle ne è il frutto. Non dovremmo mai dimenticare che dall'incontro, e soprattutto secondo la volontà di Dio da un incontro di amore, nasce il frutto dell'amore: i figli, ma i figli portano un solo nome, fratelli, sorelle eil loro legame è la fraternità.

Le pagine della Genesi vogliono dirci che in queste realtà create da Dio, da Lui benedette, da lui giudicate belle e buone, però si è insinuato, si insinua, il male; si insinua la potenza della morte, si insinua soprattutto la paura della morte, quella paura che genera violenza, quella paura che genera il vivere in concorrenza, non più in comunione gli uni con gli altri. Quella paura che contraddice la vita in pienezza e che ci spinge a vivere, l'uno senza l'altro e soprattutto l'uno contro l'altro.

Chi legge bene il Nuovo Testamento, legge nella Lettera agli Ebrei un testo in cui l'autore dice che gli uomini, a causa della paura della morte che li abita, sono alienati per tutta la loro vita. Quella è la fonte del nostro egoismo e di conseguenza la fonte di ogni peccato, perché nel cristianesimo la fonte d itutti i peccati sono sempre e soltanto amore di se stessi ed egoismo, e non esiste nel cristianesimo un peccato che non sia egoismo e amore di se stesso. Noi, per paura della morte, siamo alienati per tutta la vita ed è questa paura che ci spinge, che prende poi in noi le forme della conservazione della specie, della conservazione dell'individuo, che ci spinge a sentire l'altro non come fratello, ma come concorrente, come una minaccia. È così, la differenza, l'alterità, la pluralità è iscritta nella creazione dell'umano e dopo quella differenza, alterità tra maschio e femmina, l'altra alterità che si vive è quella tra fratelli, tra sorelle. È proprio in questi rapporti, in questa diversità, che noi riconosciamo l'alveo in cui tutti abbiamo cominciato a sperimentare l'aggressività, l'egoismo, la violenza, fino alla negazione dell'altro.

A riguardo, leggiamo, seppur in modo molto rapido, il paradigma della fraternità come ci è presentato in quelle prime pagine della Genesi, nella vicenda di Cain e Abel.

Conoscete la storia: c’è una famiglia, la prima famiglia, il paradigma di ogni famiglia, e ci sono due figli, dunque due fratelli, c’è il primogenito Cain e c’è un fratello minore Abele, già questa è una grande differenza e voi sapete come nelle nostre storie, anche una differenza di chi è maggiore e di chi è minore, conta all’interno delle famiglie. Può accettare l’uno la presenza dell’altro? L’alterità dell’altro? Tra i due ci sono diversità: sono fratelli, ma nella differenza non sono simili, sono simili nella somiglianza a Dio, ma diversi l’un l’altro nella loro storia nella loro creaturalità. Il primogenito, Cain, porta un nome che può significare due cose: fabbro, è possibile, ma soprattutto l’altro nome è: geloso. E il nome con ogni probabilità dice qualcosa del carattere di questo primo figlio: era geloso. E la sua nascita è salutata con un grido di gioia da parte della madre; poi è nato Abel, il cui nome voi lo sapete, significa “soffio, nebbiolina”. Avete presente il libro del Qoelet: “Vanità delle vanità, tutto è vanità”? Ecco, vanità in realtà in ebraico ha lo stesso nome di Abel, che noi diciamo Abele. E la sua nascita non è salutata con un grido dalla madre. C’è un silenzio, voi direte “perché?”. La Bibbia non ce lo dice, ma sappiamo nelle nostre storie, che la nascita di un figlio non è mai uguale alla nascita di quello prima o quello dopo e che, con ogni probabilità, anche la madre sente poi delle differenze nei confronti dei figli. In verità, con la nascita di Abel dovrebbe nascere la fraternità, il rapporto tra fratelli, figli di uno stesso padre e di una stessa madre; ma con la venuta del secondo, finisce per Caino la possibilità di essere il solo, di avere tutto per se. Se c’è un altro, da quel momento le cose vanno condivise. Se c’è un altro, non posso avere tutto e neanche posso avere tutto subito perché dovrò aspettare anche l’altro che cresca e che ha dei diritti ad avere la mia stessa possibilità di vita.

Ecco, vi rendete conto da questo, come la nascita di un fratello che dovrebbe istaurare la fraternità, minaccia soprattutto quella nostra volontà di avere tutto e subito. Questo grande mito, è il mito della nostra società, proprio per questo sempre più individualista, sempre più incapace di avere una convergenza comune, sempre più incapace di essere comunitas. Ed ecco che Caino comincia a sentire Abele come un agguato, un’insidia, una minaccia, un ostacolo. Un grande teorico che ha significato tantissimo per la mia generazione – attenzione: non come maestro, ma perché semplicemente aveva il coraggio di dire cose che altri non sanno dire, Jean Paul Sartre - diceva con molta schiettezza: “gli altri, l’altro sono l’inferno”.

Alla prima differenza però, di ordine familiare: primogenito/minore, se ne sovrappone un’altra di ordine economico e sociale: la Bibbia dice che Caino è agricoltore, sedentario, può anche darsi che come agricoltore facesse un po’ il fabbro come dice anche il nome. Abele è un pastore nomade e anche questa diversità è fonte di conflitto, il conflitto tra le classi sociali, lo sappiamo dalla storia. L’uomo prima è stato pastore, a un certo punto si è sedentarizzato ed è diventato agricoltore, ma da quel giorno ha cominciato a litigare con i pastori. Adesso forse qualcuno non

si ricorda più, ma mi ricordo ancora io nella mia vita e non sono ancora straordinariamente vecchio, che quando passavano i greggi, scendendo in autunno o salendo verso le montagne, passavano nella terra dei contadini ed erano sempre liti. Sempre liti, perché rubavano il fieno, calpestavano le zone che non dovevano…

Vedete, due classi sociali diverse, agricoltori e pastori dovrebbero essere complementari, addirittura nel fornire frutti diversi per vivere meglio, in realtà trovano molte ragioni per affrontarsi fino alla guerra; ma poi la Bibbia ha il coraggio di dirci ancora una differenza, una differenza religiosa, perché questi due fratelli hanno anche due vie diverse per cercare il Signore: non si tratta – attenzione – solo del fatto che Cain offre a Dio i frutti della terra e Abel i frutti del gregge, non è neanche solo questione di due forme diverse di sacrificio. La Bibbia ci vuol dire che comincia ad esserci l’esistenza di vie religiose diverse e che anche da questa ulteriore differenza può nascere la violenza. E tutti noi oggi sappiamo per esperienza che la violenza più terribile, più crudele, è proprio quella che viene dai conflitti di religione; la storia ce l’ha insegnato, perché vedete, noi uomini siamo cattivi e siamo capaci di odio, ma quando arriviamo anche ad odiare il nome di Dio, diveniamo ancora più cattivi, ancora più violenti, perché la violenza che esercitiamo la cresciamo credendoci di poterla fare a nome di Dio.

Vedete, queste differenze hanno portato i due fratelli all’omicidio: “Caino si gettò su suo fratello e lo uccise”, e si noti che subito dopo il Signore non chiede innanzitutto: “che cosa hai fatto?”. Sarebbe naturale, invece gli chiede “dov’è tuo fratello?”. Perché il Signore vuole che Caino risponda della fraternità, risponda del legame tra lui e suo fratello; vuole che Caino si collochi, si situi, dica la sua responsabilità verso il fratello; perché ciò che definisce Caino, non è il suo essere primogenito, non è il suo essere agricoltore, non è la forma della sua via religiosa, ma ciò che lo costituisce è che lui è fratello, di…sé. Caino sa di essere fratello, comincia a sapere davvero chi lui è. Ogni uomo, per essere tale, deve essere in rapporto situato, in legame con gli altri uomini, altrimenti ciascuno di noi è perduto. Questo legame di responsabilità con l’altro, con gli altri, si chiama fraternità. Ma Caino risponde a Dio: “non lo so dov’è mio fratello”, aggiungendo una domanda emblematica che è la sua confessione: “sono forse io il custode di mio fratello?”. E così rivela che non aveva capito che cos’era la fraternità, perché la fraternità - state attenti - non è solidarietà, parola abusata, troppo poco è la solidarietà. La fraternità è responsabilità dell’altro, è molto di più, è radicale.

Chiede che la mia identità sia un’identità che sorge anche dall’altro che è accanto a me. Io sono innanzitutto un fratello, e solo così, se sento fratello l’uomo, sento Dio come padre. E su questo voglio essere molto chiaro e anche polemico, non è possibile fare la via inversa che sembra più pia e devota: quelli che dicono che Dio è nostro padre si diranno fratelli, perché nessuno può dire a Dio che non vede “padre”, se non sa dire al fratello che vede che è “fratello”. E sto semplicemente parafrasando l’apostolo Giovanni nella sua lettera. La prima esperienza che io faccio non è della paternità di Dio, è della fraternità, della fraternità in famiglia. La fraternità è minacciata fin dal suo nascere, dal suo sbocciare nella vita di noi uomini. Avete mai visto due fratellini, due lattanti gemelli che succhiano il seno della loro madre? Scena che ci ispi-ra tanta poesia, ma quante volte si vede che uno dei due è capace di sferrare un pugno all’altro per allontanarlo dal seno e dire: “questo seno è tutto mio e tu non ne hai diritto”

Noi nasciamo così, quando succhiamo il latte di nostra madre, la prima tentazione è negare la fraternità. Questa è la nostra verità e tra fratelli nasce proprio questo allontanamento, non c’è immagine migliore dei due gemelli – credetemi - che succhiano insieme il latte dalla madre. Uno allontana l’altro: ma quella è la parabola, è l’icona di quello che sovente continuiamo a fare nella vita fino alla fine. Da piccoli c’è il seno della madre, più avanti ci sarà l’affetto dei genitori che sentiamo più forte per un altro e non abbastanza forte per noi, più tardi ci sono le questioni di eredità e più tardi ancora, anche quando dovremmo, per mancanza di forze, renderci conto che varrebbe la pena -tornando insieme alla terra - di riconciliarci prima, cerchiamo ciascuno un nostro posto in cui l’altro non ci sia. Questa è la tentazione che costantemente ci prende nella nostra vicenda.

Questo episodio all’inizio della Bibbia, davvero narra come la fraternità per noi uomini sia una realtà costitutiva; ma è una realtà fragile, contraddetta dall’istinto del male che, dice il libro della Genesi: “è accovacciato alla porta del cuore di ciascuno di noi”. Noi abbiamo questo istinto, come lo chiama la Bibbia sempre in Genesi (4, 7), ma dobbiamo dominarlo. La nostra vocazione è dominare questo istinto, razionalizzare, soprattutto parlarlo. Quando il conflitto non è eletto, quando il conflitto non è parlato, allora certamente scoppia l’aggressività e la violenza. Se leggete ancora l’episodio tra Caino e Abele, non si sono parlati mai. Due fratelli che non dicevano nulla, che invece di parlare della loro diversità, han lasciato crescere la loro diversità come una forza che li opponeva. L’unica parola di Caino: “andiamo in campagna”, cioè: andiamo dove io ti ucciderò. E così quando c’è aggressione e violenza, la morte regna, la vita è sconfitta e soprattutto l’amore e la comunione che sono la vocazione iscritta in ogni uomo, sono negate.

C’è un’unità radicale tra tutti gli uomini, tutti figli di Dio e fratelli tra di loro. Tutti comprendete il linguaggio mitico - non sto facendo scienze naturali - tutti nati da una sola coppia. I rabbini dicevano: “perché siamo tutti nati da una sola coppia?”, e i rabbini rispondevano: “perché nessuno possa dire “mio padre era migliore del tuo”. Siamo tutti figli di Adamo ed Eva e nessuno ha un super padre migliore o una super madre migliore. Quanta fragilità in questa relazione. Pensate solo a come nella Bibbia poi cresce: sembra che la Bibbia sia fatta di liti tra fratelli: Abramo, padre dei credenti, litiga con Lot, fino a separarsi; poi c’è la grande lite tra Isacco e Ismaele, una lite che dura ancora oggi; poi c’è la lite tra Giacobbe ed Esaù; poi c’è la lite tra i fratelli, figli di Giacobbe, e Giuseppe. Là dove la Bibbia ci narra dell’umanità, ci dice che il grande problema è la fraternità. Il profeta Malachia per questo dirà: “ma non è uno solo il padre di tutti noi? Non ci ha creati un unico Dio? Non abbiamo noi uomini una stessa origine, un solo creatore? Non siamo tutti fratelli? Non abbiamo ricevuto da Dio tutti la stessa terra? Non torniamo noi tutti alla terra?”.

Tratti dalla terra, viviamo sulla terra, mangiamo per vivere la terra, facciamo ritorno alla terra. Terrestri, questa è la nostra qualità. Questa fraternità che la Bibbia proclama tra tutti gli uomini, è stata certamente vissuta poi in modo più intenso dal popolo più amato da Dio, il popolo dell’alleanza con Dio, il popolo d’Israele. Stringendo l’alleanza, certamente gli Ebrei si son sentiti fratelli, ma non solo: ogni volta che c’era una realtà più intensa di fraternità si applicava il termine fratelli, e così che nell’antico testamento trovate l’espressione “i fratelli profeti” oppure “i fratelli leviti” oppure “i fratellisacerdoti”. E resta poi vero comunque che, se all’inizio era molto chiaro che la fraternità era tra tutti gli uomini, man mano che il popolo di Dio ha preso un’identità, ha cercato di restringere a volte la fraternità a quelli che stavano dentro. Aveva mille ragioni: gli altri sono Goim, pagani, noi siamo il popolo di Dio, gli altri sono idolatri, noi conosciamo il Dio vero e vivente; e si arriverà in Israele a una negazione terribile della fraternità con Esdra e Neemia, quando in nome di rendere un popolo santo, una razza santa, si causeranno sofferenze senza fine, perché il popolo di Israele in un’identità chiusa, un’identità pensata difensiva contro gli altri, spiegabile, perché aveva sofferto la shoah, aveva sofferto la distruzione e l’esilio, invece di essere il portatore della benedizione per le genti, si chiuderà pensando che la benedizione di Dio riguardi solo lui.

Dio dovrà mandare degli strani profeti per dire che il Dio di tutti ama tutti. E manderà Giona e lo manderà a Ninive e Ninive, la capitale dell’Assiria, la grande potenza totalitaria nemica, si convertirà e farà penitenza. E voi sapete che il povero Giona, che è veramente la figura del popolo eletto, finisce per prendersela con Dio, dice: “mi hai mandato, mi hai fatto predicare, ma io lo sapevo che sei un Dio misericordioso e alla fine non fai niente e perdoni tutti”, e Dio gli dice: “ma senti un po’?”. Gli fa crescere un alberello e lui è tutto felice perché gli fa ombra; lo fa seccare e Giona lo maledice, dicendo: “ah sarebbe meglio che io muoia” e Dio gli dice “tu te la pigli con una pianta di ricino che io ho fatto crescere in tre ore e che si è seccata e ti ha tolto un po’ di ombra, e io non dovrei aver pietà di Ninive, di questa grande città in cui ci sono più di centomila persone?”, e - notate la bellezza - “ci sono tanti animali e tante creature”.

Ecco la fraternità smentita a volte dal popolo di Dio, ed è così che, giunta la pienezza dei tempi, ecco Gesù che ha vissuto la fede nel popolo di Israele, che ha ereditato la comprensione della fraternità testimoniata dalle scritture, ma soprattutto ha vissuto la fraternità universale con tutti gli uomini, con tutte le donne che incontrava. E ha vissuto questa fraternità in modo che si imponeva, mostrava la sua convinzione, diceva la coerenza di Gesù tra il suo pensare, il suo dire e il suo agire. E nei vangeli gli uomini fratelli sono chiamati con il termine di prossimo, vicino, colui che noi decidiamo di avvicinare, di rendere fratello, quando lo incontriamo.

Non dimenticate in proposito che il dottore della legge aveva chiesto a Gesù: "chi è il mio prossimo?" e Gesù fa vedere che quella domanda non ha senso, anzi è sviante e pericolosa. E dopo aver raccontato la parabola del buon samaritano, ribalta, capovolge la domanda e dice al dottore della legge: "Chi, Chi si è fatto prossimo? Chi ha deciso di avvicinare l'altro?". Mai, che mai succeda che noi cristiani ci domandiamo "chi sono i poveri?". Chi sono quelli che sono gli ultimi? Chi sono i bisognosi?". Domande oziose e svianti. La vera domanda è: io mi faccio vicino? Entro nella situazione di chi incontro? E troverò un uomo, e troverò un fratello che avrà un aspetto, un aspetto di bisogno, di mancanza, sarà lebbroso, sarà peccatore, sarà affamato, sarà handicappato, ma questo è un aspetto. Stiamo attenti a questo vizio cristiano di amare il povero in quanto povero, l'handicappato in quanto handicappato, è vergognoso questo! Io devo amare l'altro perché è un uomo, perché è fratello, e in lui c'è un aspetto, ma non posso incasellare un aspetto e far sì che l'uomo sia definito da quell'aspetto. Pensateci bene, ma noi siamo sempre così, in realtà vogliamo definire l'altro a partire da un aspetto: il povero, l'handicappato, il peccatore, il vizioso, la prostituta. No, sono degli uomini e delle donne che hanno un aspetto che io conosco se decido di renderli vicini. E se li rendo vicini, come Gesù, come il samaritano mosso a compassione, vivo la fraternità. C'è molto più senso.

Tutti gli uomini sono fratelli, ma in verità mio fratello è solo colui al quale mi faccio vicino. Amare il prossimo significa riempire d'amore il nostro rapporto di fraternità con gli altri uomini e Gesù ha detto: "anche se fossero nemici". Gesù ci ha chiesto addirittura di benedire i nemici, di pregare per loro, di amarli come li ama il Padre che fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni. Gesù ci ha insegnato ad amare tutti gli uomini senza aspettare il contraccambio, senza chiedere reciprocità, ci ha chiesto di salutarli sempre. Detto altrimenti, ci ha insegnato ad andare sempre oltre i confini stabiliti dalla fraternità del sangue, dalla fraternità etnica e anche dalla fraternità della comunità
religiosa. Gesù non ha parlato molto di fraternità, ma si è fatto concretamente fratello di tutti quelli che incontrava, abbattendo le barriere di divisione e distruggendo quei muri di separazione costruiti dagli uomini e sovente dagli uomini attribuiti alla volontà di Dio.

Ricordate gli incontri di Gesù con gli stranieri: il centurione, la donna sirofenicia, e notate che se un ebreo incontrava uno straniero ne assumeva le impurità, diceva la legge. Gesù incontrava uomini giusti come Natanaele, ma incontrava i peccatori e le prostitute e il Vangelo ci dice che andava ad alloggiare dalle prostitute, con le quali divideva la tavola. Tutto questo mostra la sua volontà di esser fratello universale di tutti, giusti e ingiusti, ricchi e poveri, credenti in Dio o pagani.
C'è qualcosa di straordinario nell'annuncio del giudizio universale fatto da Gesù: Gesù ha definito gli uomini nel bisogno e nella sofferenza, quelli che hanno fame, che hanno sete, che sono stranieri, che sono nudi, che sono carcerati, li ha definiti "i miei fratelli più piccoli". Vi ricordate? "Ogni volta che avete fatto questo a uno dei miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me". E così Gesù ci rivela che ogni atto di relazione con ciascuno di loro decide del rapporto con lui, con lui! "Tutto quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli lo avete fatto a me" e quei fratelli di Gesù non sono credenti, non sono cristiani, sono gli uomini, gli uomini vittime nella storia, sofferenti, bisognosi, che ogni terra e ogni tempo conosce. Questa è la fraternità vissuta da Gesù e da lui richiesta ai discepoli, dunque anche a noi.

Gesù ha capovolto il rapporto vissuto tra Cain e Abel: come nel libro della Genesi il fratello omicida, così anche Giuda ha recato morte al fratello, ha recato morte a Gesù. E Gesù non ha risposto alla violenza con la violenza, non si è difeso, ma al contrario, dando la vita ha lasciato che gli altri prendano la sua vita, e ha mostrato che non c'è amore più grande che dare la vita per i fratelli. E proprio per dire che voleva essere fratello di tutti, Gesù ha voluto morire tra due delinquenti. I Vangeli si compiacciono di dire che stava in mezzo a due delinquenti comuni e così si è fatto fratello di tutti gli uomini, anche di quelli che stanno nell'inferno della vita o nell'inferno della morte. E quando sulla croce ha gridato: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" facendo sua l'implorazione dell'uomo preda della sofferenza, dell'ignominia e lontano da Dio (salmo 22). Gesù ha pure intonato questo salmo con la fede di chi conosceva l'esito: "tu mi hai risposto, io annuncio il Tuo nome ai miei fratelli, annuncio cioè in anticipo a tutti gli uomini miei fratelli, che tu o Dio Padre, risuscitando mi ridai di nuovo come tale". La fraternità ha la sua epifania sulla croce, ma il risorto - è significativo - ama chiamare i suoi discepoli "fratelli".

Vi ricordate il mattino di Pasqua alle donne l'angelo e poi Gesù che appare?: "Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea, là mi vedranno". Oppure alla Maddalena: "va' dai miei fratelli e dì loro: salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro". La resurrezione di Gesù lo ha reso ancora di più nostro fratello perché lui aveva vissuto questa fraternità fino alla nostra situazione di uomini a volte nell'inferno, perché nell'inferno significa essere senza Dio. E lui è sceso all'inferno per trovare l'ultimo di noi e per dirci che da quel giorno chiunque di noi fosse anche all'inferno, quando il Signore scenderà verso di lui, basterà che gli apriamo le braccia e Lui ci abbraccerà e ci porterà come fratello primogenito nella sua resurrezione al Padre. La fraternità vissuta e predicata da Gesù è dunque legame da vivere fino al sacrificio, è legame in cui tutto è condiviso, è legame in cui il perdono deve regnare, è un legale in cui uno solo è il Signore, è un legame la cui forza viene dal fatto che Gesù ha vissuto la fraternità all'estremo. Per questo Paolo lo chiama "primogenito tra molti fratelli".

Non so, non si usa molto questo termine per dire gli attributi di Gesù, amiamo tutta una serie di attributi più pomposi, che sono veri, ma il primo attributo, il primo titolo di Gesù è che è il primogenito di noi fratelli. È colui che è stato generato dal padre prima di noi, è colui che ci precede nella resurrezione e nella vita. Ma infine la fraternità, quale legame tra gli uomini, non è solo un'affermazione della fede di Israele, anche nel mondo greco si parlava di "fracrìa", di "tihasos", di "etereìa" cioè confraternita, fraternità, associazione, ma va riconosciuto che il termine "adelphotes", fraternità come designazione di comunità al cui interno il legame è il sentimento fraterno, la prassi fraterna, questo è solo proprio del linguaggio greco/cristiano del Nuovo Testamento. Pietro, è lui che inventa questo linguaggio. Nella sua prima lettera, usa due volte questo termine "adelphotes", fraternità, per designare una realtà collettiva che è la Chiesa. Può addirittura sembrare strano che in uno scritto tardo del Nuovo Testamento la comunità cristiana non sia indicata con il termine "chiesa", "ecclesìa", il termine che si era imposto soprattutto con gli scritti dell'apostolo Paolo, ma la Chiesa da Pietro viene chiamata fraternità. Rivolgendosi ai cristiani in diaspora, Pietro scrive: "onorate tutti, amate la fraternità".

Attenzione, non dice Pietro "amate la fraternità" come sentimento, chiama la Chiesa fraternità, "temete Dio" e verso la fine della lettera dice "resistete al diavolo saldi nella fede, sapendo che le stesse sofferenze assalgono la Fraternità che è nel mondo", la Chiesa. Nel primo caso, certamente Pietro parla di Chiesa locale, nel secondo Chiesa sparsa sul mondo, quella che noi diciamo "universale". C'è un messaggio sotto questa scelta di Pietro? Pietro vuol dire che la Chiesa o è fraternità o non è? C'è in queste parole di Pietro un rimprovero alla situazione che i cristiani della seconda generazione vivevano nel loro essere chiesa? Sono interrogativi che dobbiamo farci anche noi, qui e ora.

Il discorso sulla fraternità come Chiesa, potrebbe essere notevolmente ampliato, ma in questo contesto stimolato da quello che afferma Pietro, mi limito ad alcune domande a voce alta: Chiesa, Chiesa di Dio, Chiesa del mondo, sei davvero una fraternità? Sei davvero uno spazio in cui siamo tutti fratelli? Ognuno diverso dall'altro, ma tutti uguali in dignità? Tutti uguali in forza della vocazione e del battesimo? Tutti uguali perché condividiamo quel che abbiamo, fino ad essere una koinonìa, una comunione di fratelli e di sorelle? Chiesa di Dio sei una fraternità in cui tutti sono riconosciuti senza che si alzino mura o barriere per razza, cultura, per situazione economica, per casta, per il rapporto che si ha con il male essendo noi tutti comunque dei peccatori perdonati? La fraternità è l'essenza della Chiesa o prevalgono altre relazioni che non sono quelle di fraternità? (...).