Preparazione alla visita di papa Francesco

Traccia di riflessione in tre capitoli proposta dalla diocesi in preparazione alla visita di papa Francesco del 25 marzo

1° CAPITOLO. POPOLO DI DIO

a) Un popolo voluto da Dio
Papa Francesco viene a visitare la diocesi di Milano in cui c'è un "popolo numeroso" che appartiene al Signore. Viene a confermarci nella fede.
È il popolo dei battezzati che nasce per iniziativa gratuita della Santissima Trinità. Appartenere a questo popolo è dono immenso, perché nessuno può meritarselo, ed è compito grande, perché quanto ci è dato per grazia va testimoniato a tutti. La Chiesa è "un mistero che affonda le sue radici nella Trinità, ma che ha la sua concretezza storica in un popolo pellegrino ed evangelizzatore" (EG 111). L'incontro con papa Francesco è davvero una grande occasione, un kairos per orientare e animare la nostra fede.

Fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa è la Celebrazione Eucaristica, in particolare l'assemblea liturgica domenicale, in cui il popolo cristiano si raduna per fare memoria viva della Pasqua di Cristo; un popolo che passa così dalla morte alla vita. Si tratta dunque di un popolo nuovo che il Risorto, con la potenza dello Spirito, manda nel mondo ad annunciare a tutti la gioia del Vangelo (EG 1).
La Chiesa come popolo di Dio è una espressione molto cara a papa Francesco, richiamata fin dalle sue prime parole pronunciate in piazza San Pietro subito dopo la sua elezione, quando si è posto in silenzio e ci ha chiesto di pregare per lui, perché il Signore lo benedicesse, all'inizio del suo ministero.
E adesso vorrei dare la benedizione, ma prima vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me".
Questo gesto semplice e umile ci richiama al valore della Chiesa come popolo di Dio, come il Concilio Vaticano II, nella costituzione dogmatica Lumen Gentium ha affermato (LG 9-17). Rileggendo questo documento e assaporandone di nuovo le molte immagini tratte dalla Parola di Dio, cogliamo la Chiesa come un popolo di popoli, plurale e diversificato "che deriva la sua unità dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (LG 4).
Si tratta del popolo dei credenti che riconosce la "signoria di Dio" e dove si è chiamati a essere gli uni membra degli altri per formare così un solo corpo, il "corpo di Cristo" (LG 7).
La Chiesa è mistero, non pienamente comprensibile dal nostro sforzo di razionalizzare, eppure una realtà tanto concreta e storica da essere chiara e visibile a tutti.
L'essere Chiesa è dono di Dio e non frutto di nostri sforzi: è dono per tutti. Questo popolo si inserisce in tutte le nazioni della terra, si mette con tutti in dialogo senza paura, è animato da un fermento missionario che cerca un regno che non è di questo mondo, ma che ama questo mondo, parte dalla vita e dalla concretezza, è gioioso e inclusivo verso ogni uomo.
È un popolo che ha trovato nel Signore misericordia; è rigenerato continuamente dal perdono di Dio; è il popolo dei redenti che ascolta l'invito del Signore a essere "misericordiosi come il Padre". Proprio come abbiamo potuto fare esperienza durante il Giubileo, è la misericordia, potente farmaco di Dio che cura e risana, a fare di noi il popolo che Dio si è scelto dentro la storia del mondo:
"La misericordia è questa azione concreta dell'amore che, perdonando, trasforma e cambia la vita. È così che si manifesta il suo mistero divino. Dio è misericordioso (cfr Es 34,6), la sua misericordia dura in eterno (cfr Sal 136), di generazione in generazione abbraccia ogni persona che confida in Lui e la trasforma, donandole la sua stessa vita" (papa Francesco, Misericordia et Misera, 2016, n. 2).
E ancora:
"La misericordia rinnova e redime, perché è l'incontro di due cuori: quello di Dio che viene incontro a quello dell'uomo. Questo si riscalda e il primo lo risana: il cuore di pietra viene trasformato in cuore di carne (cfr Ez 36,26), capace di amare nonostante il suo peccato. Qui si percepisce di essere davvero una "nuova creatura" (cfr Gal 6,15): sono amato, dunque esisto; sono perdonato, quindi rinasco a vita nuova; sono stato "misericordiato", quindi divento strumento di misericordia" (ivi, n. 16).
La fisionomia del popolo di Dio risiede nella gioiosa fatica di stare dentro il tempo che ci è dato, vicini alla gente, soprattutto accanto ai poveri, per citare alcune sottolineature frequenti di papa Francesco. C'è un posto privilegiato dei poveri nel popolo di Dio:
"Essi (i poveri) hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare a essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche a essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro" (EG 198).

b) Un popolo in cammino in questa Chiesa particolare
Questo popolo di Dio, che si mostra nel volto concreto di una Chiesa particolare, è chiamato oggi a vivere una conversione pastorale. È un richiamo che papa Francesco ha fatto a tutti nella esortazione apostolica Evangelii Gaudium, perché ciascuno è chiamato a essere soggetto missionario, autentico portatore del Vangelo.
"Ogni Chiesa particolare, porzione della Chiesa cattolica sotto la guida del suo vescovo, è anch'essa chiamata alla conversione missionaria. Essa è il soggetto dell'evangelizzazione, in quanto è la manifestazione concreta dell'unica Chiesa in un luogo del mondo" (EG 30).
Persone, comunità, strutture: tutto è chiamato nella Chiesa a una conversione pastorale e missionaria:
"Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l'evangelizzazione del mondo attuale più che per l'autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di "uscita" e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia" (EG 27).
La nostra Chiesa ambrosiana sotto la guida dei suoi pastori ha intrapreso da tempo il cammino della conversione pastorale alla quale il Papa invita tutti. Con l'arcivescovo Angelo abbiamo camminato in questi anni dando una centralità particolare ai cardini dell'esistenza quotidiana che è fatta di affetti, lavoro e riposo, mostrando in tal modo quanto il Vangelo di Cristo sia l'Evangelo dell'umano, buona notizia per l'uomo e la donna del nostro tempo, come risposta di senso – significato e direzione – per la vita buona di tutti.
Questa prospettiva antropologica con la quale accogliere il Vangelo ci muove, ci fa "uscire", ci rende autenticamente attenti agli altri nell'oggi, se la viviamo con gli occhi puntati sull'essenziale. Gesù si presenta a noi come il compimento dell'umano (GS 22) e perciò fonte di nuovo umanesimo.
"Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell'uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l'immagine della sua trascendenza. È il Misericordiae Vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo" (papa Francesco, Firenze 2015).
Puntare all'essenziale, vuol dire dunque, guardare a Cristo, vivere e proporre a tutti l'incontro con lui, imparando il suo modo di vedere la vita, educandoci ad avere in noi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (Fil 2,5), il suo "pensiero" (1Cor 2,16), rinnovando così la nostra mentalità (Rom 12, 1-2):
"Non mi stancherò di ripetere quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo: «All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva»" (EG 7).
"Gesù diventa il centro affettivo della persona. L'incontro con Gesù per il credente è la sorgente di un nuovo modo di pensare gli affetti, il lavoro, il riposo, la festa, l'educazione, il dolore, la vita e la morte, il male e la giustizia. Egli trova in Cristo il criterio per valutare ogni cosa approfondendo l'unità della propria persona" (A. Scola, Educarsi al pensiero di Cristo, 2015).
Sentiamo fortemente il richiamo di papa Francesco ad avere in noi i tratti di quel nuovo umanesimo che emergono dal Vangelo delle beatitudini (Mt 5, 3-10) e del giudizio universale (Mt 25): essere popolo che vive l'umiltà, il disinteresse, la beatitudine, impegnato nelle opere di misericordia a portare a tutti consolazione e pace fino alle periferie geografiche ed esistenziali (papa Francesco, Firenze 2015).
Puntiamo all'essenziale rimettendo al centro i pilastri fondamentali della vita cristiana, come vediamo nel racconto degli Atti degli Apostoli (2, 42-47), perseverando nell'insegnamento degli apostoli, nella comunione e condivisione fraterna, nello spezzare il pane e nelle preghiere, nella costante tensione missionaria.
Il "campo" del cammino personale e comunitario nel quale incontrare tutti, senza aspettare che vengano a cercarci, "è il mondo", come spesso l'arcivescovo ci ha ricordato in questi anni, a partire dalla sua lettera pastorale del 2013, da cui traiamo un passaggio significativo che lo esplicita.
"Il mondo che Gesù chiama "il campo" chiede di essere pensato come il luogo in cui ogni uomo e ogni donna possono rispondere al loro desiderio di felicità. Sono consapevole che nello stesso Vangelo di Giovanni la parola "mondo" è usata anche in senso negativo, come l'ambito dell'estraneità o della vera e propria ostilità a Cristo. Eppure anche per questo mondo Gesù è morto e risorto" (A. Scola, Il campo è il mondo, 2013).

c) Un popolo numeroso
La nostra Chiesa ambrosiana è davvero un popolo numeroso! I battezzati sono circa 5 milioni. I sacerdoti sono quasi 1900, i diaconi permanenti circa 150. Nel Seminario Arcivescovile parecchi giovani si stanno preparando al presbiterato. I consacrati sono circa 7000, uomini e donne, variamente impegnati e distribuiti sul territorio diocesano: parrocchie, scuole, ospedali, centri culturali, opere caritative e di vicinanza ai poveri, oppure inseriti con discrezione nelle condizioni comuni del vivere. Le parrocchie sono oltre 1100 e compongono la struttura pastorale più prossima alla vita della gente.
"La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell'ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell'annuncio della carità generosa, dell'adorazione e della celebrazione. Attraverso tutte le sue attività la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell'evangelizzazione. (...) Però dobbiamo riconoscere che l'appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla vita della gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione" (EG 28).
Parrocchie e comunità pastorali, espressione di un volto molto popolare della Chiesa che nel contesto ambrosiano è ancora forte, sono certo i luoghi nei quali meglio può essere accolto e reso concreto il rinnovamento.
Sentiamo l'importanza che la comunità ecclesiale sostenga il cammino di fede di tutti, in particolare dei giovani, che entrino in modo adulto nella vita e prendano decisioni vocazionali, esercitando appieno la loro libertà e non si lascino bloccare dalla "cultura del provvisorio". Occorre "comprendere le loro inquietudini o le loro richieste, e imparare a parlare con loro nel linguaggio che essi comprendono" (EG 105).
Decisiva a questo proposito appare la famiglia, vera "Chiesa domestica" (LG 11), perché sia sempre più il soggetto fondamentale dell'azione pastorale e di evangelizzazione. Proprio la famiglia può mostrare il volto del nuovo umanesimo che nasce dalla sequela di Gesù, che superi la divisione tra la fede e la vita, l'estraneità venutasi a creare nella modernità tra l'umano e l'annuncio cristiano, tra il Vangelo e la cultura. Proprio in questa separazione il beato Paolo VI vedeva il dramma del nostro tempo (papa Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 1975, n. 20).
Nel processo di riforma verso cui ci spinge papa Francesco ci aiutano grandi figure di santità che anche recentemente hanno fecondato il terreno della Chiesa ambrosiana: arcivescovi (Andrea Carlo Ferrari, Alfredo Ildefonso Schuster, Giovanni Battista Montini), laici (Gianna Beretta Molla, Contardo Ferrini), consacrati (Enrichetta Alfieri, Samuele Marzorati, Luigi Monti, Ludovico Pavoni, Eugenia Picco, Maria Anna Sala), sacerdoti (Luigi Biraghi, Carlo Gnocchi, Giovanni Mazzucconi, Luigi Monza, Serafino Morazzone, Luigi Talamoni, Clemente Vismara), tutti con spiccate attitudini educative, sociali o caritative e capaci di rivelare il coraggio della Chiesa in uscita che non teme il confronto con i cambiamenti più radicali.

d) Un popolo ricco di doni e aperto alle sfide
Nel cammino di questi anni ci siamo riscoperti popolo multiforme, ricco di soggetti, con carismi e ministeri diversi. Papa Francesco trova nella Chiesa ambrosiana la ricchezza di carismi condivisi, antichi e nuovi, che stanno imparando a camminare insieme (syn-odos) mettendo a disposizione della Chiesa i propri doni. Associazioni, movimenti, aggregazioni ecclesiali, insieme agli istituti di vita consacrata, segnano da lungo tempo la vita ambrosiana.
(I carismi) "Non sono un patrimonio chiuso, consegnato ad un gruppo perché lo custodisca; piuttosto si tratta di regali dello Spirito integrati nel corpo ecclesiale, attratti verso il centro che è Cristo, da dove si incanalano in una spinta evangelizzatrice. Un chiaro segno dell'autenticità di un carisma è la sua ecclesialità, la sua capacità di integrarsi armonicamente nella vita del popolo di Dio per il bene di tutti" (EG 130).
Queste realtà suscitate dallo Spirito per la comunicazione efficace del Vangelo possono aiutare a vivere intensamente la pastorale ordinaria e organica della diocesi, superando la divisione tra pastorale parrocchiale e di ambiente. Tutto ciò viene illuminato dalla immagine del "poliedro" che il santo Padre utilizza per spiegare la vita pastorale della Chiesa e non solo:
"Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l'altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l'azione pastorale sia l'azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno" (EG 236).
La pluriformità nell'unità permette di praticare quella coessenzialità tra doni gerarchici e carismatici che animano la Chiesa come comunione missionaria.
"Le differenze tra le persone e le comunità a volte sono fastidiose, ma lo Spirito Santo, che suscita questa diversità, può trarre da tutto qualcosa di buono e trasformarlo in dinamismo evangelizzatore che agisce per attrazione. La diversità dev'essere sempre riconciliata con l'aiuto dello Spirito Santo; solo Lui può suscitare la diversità, la pluralità, la molteplicità e, al tempo stesso, realizzare l'unità. Invece, quando siamo noi che pretendiamo la diversità e ci rinchiudiamo nei nostri particolarismi, nei nostri esclusivismi, provochiamo la divisione e, d'altra parte, quando siamo noi che vogliamo costruire l'unità con i nostri piani umani, finiamo per imporre l'uniformità, l'omologazione. Questo non aiuta la missione della Chiesa" (EG 131).
Accogliamo la sfida di papa Francesco che ci invita a uno stile sinodale di Chiesa, in cui si impara a camminare insieme, nella condivisione e nella testimonianza reciproca. Solo accogliendo questa sfida i doni diventeranno realmente fecondi per tutti.